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IL MONUMENTALE ORGANO DELLA PIEVE |
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Organo (1a metà del XVI sec.) Manifattura Toscana (Giovanni Piffero, 1506 - 1513 ca.) |
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Collocato
sulla parete d'ingresso l'organo è racchiuso in una struttura
architettonica, in legno intagliato e dorato. Ai lati delle canne sono
accostate due semicolonne scanalate di stile corinzio, una per ogni lato,
le quali sorreggono un'architrave decorata da motivi vegetali stilizzati
alternati da teste di putti, sopra la quale è appoggiato un timpano
spezzato, con al centro uno stemma. Di grande effetto per la severità del suo impianto architettonico, rientra in un ambiente provinciale aretino. La ricca cornice, di ricordo rinascimentale, è decorata da una serie di elementi ripresi dalla tradizione manieristica fiorentina, ma il tipo elaborato dalla decorazione già seicentesca e la qualità del suo intaglio, contribuiscono a far slittare la sua decorazione, tra la fine del cinquecento e gli inizi del seicento. |
La storia |
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I’ organo della Pieve venne costruito nei primi anni del Cinquecento dal maestro Giovanni di Antonio Piffero di Siena, allievo del più celebre Domenico di Lorenzo da Lucca. Le notizie sono state ricavate dalle deliberazioni comunali in quanto fu la Comunità a stanziare la somma necessaria alla realizzazione dello strumento ed a nominare le persone deputate a sorvegliare il lavoro. Le prime notizie sono del dicembre 1503 quando si registra un primo stanziamento della Comunità "pro organo fiendi in Pieve" (ASCMSS, Deliberazioni n. 1493, c. 31r.) Esattamente due anni più tardi venne stanziata un'altra somma di denaro per lo stesso scopo. Nel luglio 1506 vennero elette alcune persone per sovrintendere alla costruzione dell'organo e fu stabilito che nel prospetto dello strumento fosse collocato lo stemma cittadino. Finalmente il 26 agosto dello stesso anno fu stipulato il contratto con maestro Giovanni Piffero per la realizzazione dello strumento che doveva avere sei registri, cioè il principale di stagno in facciata, iniziante dal Do, l'ottava, la quinta decima, la decima nona, la vigesima seconda ed il flauto. Il costo sostenuto dalla Comunità per il lavoro fu di 40 ducati d'oro di cui 10 alla stipula del contratto e 30 alla fine dell'opera. Nel 1510 i lavori non erano ancora conclusi e la Comunità nominò altre persone per seguire l'ultimazione dello strumento. Tre anni dopo la Comunità effettuò un richiamo al costruttore affinché terminasse la costruzione. Possiamo quindi concludere che per la costruzione del primo organo della Pieve occorsero ben sette anni. Lo strumento realizzato da Giovanni Piffero, che fino ad oggi è la prima opera conosciuta del maestro senese, aveva una composizione fonica prettamente rinascimentale, caratterizzata dal ripieno e dal solo flauto, probabilmente in XV. Da notare che lo strumento, molto probabilmente della misura di otto piedi, aveva una tastiera iniziante dal Do, a conferma dell'uso di questo ambito anche per i primi anni del Cinquecento. A causa della mancanza di adeguata documentazione nel periodo successivo, non possiamo seguire tutte le vicende dello strumento. Sappiamo soltanto che nella prima metà del Seicento lo strumento di Giovanni Piffero venne inglobato nella cassa attuale. Secondo alcuni storici la nuova sistemazione venne realizzato a spese del pievano Santi Cungi, in quanto nel frontone si trova intagliato lo stemma nobiliare della sua famiglia. Nel periodo in cui era pievano Dario Bucci (1692-1725), l'organo venne riparato ed ampliato con l'aggiunta di registri utilizzando lo stagno di alcuni piatti di proprietà del pievano, intervento attribuibile all'organaro fiorentino Carlo Ridolfi e databile all'anno 1702. Precisa infatti nel suo diario manoscritto il pievano Restorelli che sopra la tavola dei registri era incisa la scritta "Carlo Ridolfi fecit MDCII" errando di cento anni in quanto il lavoro del Ridolfi era sicuramente stato effettuato nel 1702 (Biblioteca Civica, Arezzo, manoscritto n. 82, Libro di memorie della Pieve di Monte San Savino scritte dal pievano Anton Leone Restorelli e da successori). Nel 1732 l'organo venne restaurato dal lucchese Domenico Francesco Cacioli. Contribuì alla spesa l'Opera del SS. Sacramento che officiava nella Pieve. Nel 1749 lo strumento fu accomodato dal frate minore osservante Pier Fortunato Falli di Pieve a Remole, maestro di cappella a Foiano, esperto organaro, con la spesa di 12 scudi. Alcuni anni più tardi, verso il 1754, l'organo fu ancora ripulito dal senese Carlo Perugini, che in quel periodo stava costruendo uno strumento per la chiesa di S. Giuseppe. Sempre dai ricordi manoscritti del pievano Anton Leone Restorelli, sappiamo anche che nella seconda metà del XVIII secolo fu rifatta la tastiera con tasti di osso a spese del maestro di cappella Giuliano Sestini. Tra il 1781 e il 1782 vennero fatti accomodare i mantici. Alla spese parteciparono anche i confratelli della Compagnia del Rosario che officiava nella Pieve. Nella prima metà del XIX secolo l'organo fu oggetto di un intervento abbastanza rilevante di restauro ed ampliamento ad opera del maestro Francesco Pellegrini di Serre di Rapolano, che appose un cartiglio nella secreta del somiere, dove appare una data semi illeggibile che potrebbe essere 1817 o 1827. Nel 1839 l'organo fu oggetto di un importante restauro ed ampliamento da parte di Michelangelo Paoli di Campi Bisenzio che comportò una spesa di oltre 150 scudi. Con l'occasione fu ricostruita la registratura e fu aggiunto il registro del cornetto a tre file di canne. Verso la metà dell'Ottocento la gestione della Pieve passò alla Confraternita della Misericordia. E' proprio attraverso i verbali di questo pio sodalizio che apprendiamo di un altro importante intervento di restauro effettuato sull'organo nel 1885 ad opera del maestro Luigi Vieri di Arezzo per la somma 300 lire. I confratelli, inizialmente, volevano addirittura rinnovare completamente l'organo a causa del suo pessimo stato di conservazione, ma per la mancanza di adeguate risorse finanziarie rinunciarono all'acquisto di un nuovo manufatto e si limitarono a far riparare quello antico. Recentemente, dal 1996 al 1998 è stato realizzato il recupero del monumentale organo affidando i lavori a Riccardo Lorenzini di Montemurlo, che, studiando il materiale ha ricondotto la paternità dello strumento al Maestro Senese. Il recupero delle caratteristiche originali dello strumento, reso possibile a causa della scomparsa di tutto il materiale fonico interno delle aggiunte, ha messo in evidenza la più antica opera che a tutt’oggi si conosca del Maestro Giovanni di Antonio Piffero di Siena. |
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Descrizione |
Cantoria in pietra e muratura nella controfacciata sorretta da due colonne in pietra. Parapetto diritto con stemma in pietra. Organo monumentale con cassa riccamente intagliata e sagomata. Il frontone termina in un timpano spezzato con al centro due punti che sorreggono uno stemma raffigurante un albero, appartenente alla famiglia Cungi. Il frontone è sorretto da due colonne a tutto tondo scanalate culminanti in capitelli compositi. La cassa è in legno grezzo e sembra stata sverniciata nella prima metà del XX secolo.
Mostra a cinque campate di canne (5-11-5-11-5), divise da lesene intagliate con motivi floreali e sostenute da legature intagliate con teste di putti. Sopra la seconda e quarta campata vi sono due organetti morti di cinque canne ciascuno.Collocato su cantoria in controfacciata , in cassa lignea seicentesca addossata alla parete.
Tastiera cromatica di 44 tasti da Do1 a La4 (priva del Do#1 e Sol#4).
Pedaliera a leggìo di 12 tasti (Do1-Do2), priva del Do#1, sempre unita al manuale.
Registri comandati da manette a scorrimento verticale.
Principale (8’, raddoppiato da Mi2)
Ottava (4’, raddoppiata da Mi2)
XV (2’, raddoppiata da Mi2)
XIX-XXVI (1’1/3 – 2/3’)
XXII – XXIX (1’ – ½’)
Flauto in XV (2’)Somiere maestro a vento (6 pettini e 44 canali).
Due mantici a cuneo a 5 pieghe sporgenti.
Appartengono alla configurazione di Giovanni Piffero ( ca.1513) ventiquattro canne del Principale di facciata contrassegnate con notazione e/o numerazione graffita originale, il somiere maestro con le forature dei raddoppi, la tavola di catenacciatura del manuale (con la maggior parte dei catenacci), il telaio della tastiera e la carpenteria di sostegno (cavallo).
Il ripristino del corpo fonico, effettuato durante il restauro del 1998, è fondato sulle indicazioni fornite dal somiere maestro e dall’elaborazione delle misure delle canne superstiti messe a confronto con quelle rilevate sugli strumenti conservati a Siena in S. Maria della Scala e nel Palazzo Pubblico.
La presenza delle numerazioni e delle tracciature originali presenti sulla tavola di riduzione, unitamente a quelle relative alla proiezione dei bracci dei catenacci rinvenute sul telaio della tastiera hanno permesso di ripristinare quest’ultima nella primitiva estensione cinquecentesca. Le diverse lunghezze dei bracci dei singoli catenacci (anch’essi originali) determinano, nel contesto della trasmissione del movimento dal tasto al ventilabro, un rapporto di riduzione che consente all’esecutore di esercitare un’apprezzabile influenza sull’apertura del ventilabro e di conseguenza anche sul transitorio di attacco del suono.
Corista: 494 Hz a 20°C; pressione del vento: 54 mm di colonna d’acqua; temperamento mesotonico ¼ di comma.
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