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LA STORIA DELLA PIEVE |
(testo tratto da "La millenaria Pieve dei Santi Egidio e
Savino in Monte San Savino"
di Franco Paturzo, Ed. Grafica L'Etruria, Cortona, 1997)
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La Chiesa della Misericordia o Pieve dei Santi Egidio e Savino venne costruita verso la fine del 1100; in essa venne traslato il titolo dell'antica Chiesa di Barbaiano, distrutta o abbandonata, situata a valle del paese, nei pressi del torrente Rialto, ove oggi ha sede il cimitero comunale. La nuova Pieve veniva edificata in prossimità di un nodo nevralgico delle nuova viabilità del colle di Monte. Inoltre essa veniva costruita in stretta relazione alla chiesa più antica del paese, la vicina S. Agata. La pieve veniva edificata nel punto di incrocio di due importanti assi viari: il primo, rappresentato dall'odierno Corso Sangallo, è da considerare l'asse di maggiore importanza, sul quale andava costituendosi il paese: esso rappresentava un tratto della viabilità di collegamento tra il paese e, attraverso la via di Vertighe, la Via Cassia romana; l'altro è rappresentato dal proseguimento della via che passava sull'antico ponte romano sull'Esse, e che si inerpicava sino alla stretta insenatura tra i due colli di Aialta e dell'odierna piazza di Monte; provenendo dalla attuale "costa della Stazione", si inerpicava sino a giungere alla zona compresa tra la odierna Porta San Giovanni e Piazza della Docce; da qui i due itinerari giungevano sino alla zona della pieve; l'antica via romana valicava l'insenatura e fuoriusciva dall'altro lato del paese attraverso una porta successivamente chiusa, ma ancora ben visibile sotto le mura, alle spalle della chiesa del Suffragio. Al lato opposto della pieve, sempre su corso Sangallo, sorgeva l'antichissima chiesa di S. Agata, di spettanza del monastero benedettino di Agnano. Non sarà inutile ricordare come, nel corso del XVII secolo, via di Seteria, odierno Corso Sangallo, sia stata sottoposta ad un intervento mirato a rendere meno accentuato il dislivello tra le due piazze e la zona centrale del Corso: in questa opera è probabile che si sia abbassato il livello del terreno prospiciente l'ingresso della chiesa.
La
pieve venne edificata con magnifici conci di arenaria, che tutt'ora sono
ben visibili: un edificio ad una sola navata, molto più corto
dell'attuale. La elezione a soglio pontificio del savinese Card. Giovanni Maria di Monte, nipote del precedente cardinale Antonio, e noto come papa Giulio III, avvenuta nel 1550, avrebbe cambiato completamente la storia della nostra pieve. Infatti, se i progetti del Pontefice fossero andati in porto, egli avrebbe elevato il piviere savinese a Diocesi, trasformando la Pieve in Cattedrale. Sappiamo da alcuni documenti, che il Pontefice pensò subito a trasformare la sua venerata pieve in sede episcopale, creando una nuova Diocesi, che probabilmente sarebbe stata realizzata accorpando il ricco territorio della Abbazia di Ruoti, e terre del contado savinese e di Foiano. Alla Deputazione di concittadini recatasi prontamente a Roma, per felicitarsi con il Pontefice, egli rispose "Vedremo che quella gloriosa Madonna (Le Vertighe) la si riduca in altra forma e la Pieve ancora" (Restorelli, 1749, c. 6; ASCMSS: Riformagioni 1550, c. 179). Lo stesso proposito viene espresso in una lettera del 1554, del fratello di Giulio III, Balduino di Monte, a Cornelia sua figlia: "... Sua Santità l'ha riservata (l'Abbazia di Ruoti) per far Vescovato il Monte, et pare honesto, che la terra ... abbia da ricevere qualche memoria segnalata"(Restorelli, 1749, c. 7). Ma la morte del Pontefice, avvenuta nel 1555 impedì la realizzazione dei suoi progetti. In un importante documento conservato nell'archivio di Monte San Savino, (Riformagioni, 1550-1562), si rileva come la pieve godesse comunque, in quegli anni, del titolo di cattedrale: "actum in terra Montis S. Sabini et in Ecclesia Cathedrali S. Egidi vulgo dicta la Pieve". Verso la metà del XVII secolo cominciarono a farsi numerose richieste dalle autorità locali, affinché si procedesse alla trasformazione della Pieve in Collegiata. Si sarebbe trattato di un importante riconoscimento giuridico ed ecclesiastico che avrebbe potuto, in parte, compensare la delusione dei savinesi per la mancata creazione della diocesi. Le Collegiate erano chiese non cattedrali, in genere con giurisdizione parrocchiale, alla cui officiatura era addetto un capitolo di canonici. Le Collegiate hanno una dignità che segue immediatamente quella delle chiese cattedrali e delle basiliche e precede quella delle chiese parroccchiali; nelle visite pastorali, i vescovi le visitano subito dopo la cattedrale. Il titolo veniva in genere concesso a chiese aventi sede in città o paesi di buon numero di abitanti e di importanza storica. Le Collegiate erano di nomina pontificia. Si capisce quindi che la Ecclesia mater savinese potesse ben aspirare a tale titolo. Una serie di documenti ci evidenzia gli sforzi compiuti, purtroppo invano, per ottenere tale elezione. Il primo documento, a questo proposito, è una deliberazione del giugno 1649, per farsi la Collegiata (ASCMSSS, n. 1515, c. 10); segue un importante documento dell'anno successivo, in data Luglio 1650,, dove si accenna allo stanziamento di scudi 4 da mandare a Roma, per risolvere le difficoltà incontrate per la erezione della Collegiata. Trascorre una pausa di molti anni e il 13 settembre 1672, vennero nominati Pietro Galletti pievano, Giuseppe ed Angelo Bucci e Giuseppe Lucattelli, come membri deputati a studiare il problema; il 21 settembre dello stesso anno si inviò una supplica al Vescovo di Arezzo affinché si prendesse cuore della erezione della Collegiata. Ma anche questo progetto non poté essere attuato e quindi venne abbandonato.
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La Chiesa prima del 1748 |
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Prima della ristrutturazione promossa nel 1748 dal pievano Anton Leone Restorelli, la chiesa aveva la seguente struttura interna: l'Altare Maggiore era di legno intagliato, "colorito di azzurro e in parte ancora dorato, ma per l'antichità che dimostrava, scolorito"; su di esso erano tre pitture, tutte su tavola, "di mano del pittor Domenico Sozzini paesano che costarono scudi dieci, et i colori a spesa dell'Opera". Il quadro centrale è quello che si vede anche oggi, rappresentante la Vergine con Angeli e il Salvatore, con S. Egidio ai piedi di esso. Il quadro ha una aggiunta intorno, pitturata per mano di Niccolò Mangani eseguita per adattare il dipinto al nuovo altare voluto dal Restorelli; dietro al quadro si alloggiava il simulacro "del Salvator Risorto" realizzato da Anton Maria Romanelli, savinese. Ai lati della sopradetta pittura, ve ne erano altre due separate da colonne dalla centrale: guardando l'altare, alla sinistra di esso, S. Savino, alla destra S. Vitale. I due dipinti servivano da sportelli a due nicchie, ancora presenti sul muro di fondo della chiesa: all'interno di dette nicchie erano custodite "le vecchie urne colle teste dei detti SS". Con la realizzazione del nuovo altare, le nicchie vennero conservate ma ridisegnate, e i due dipinti rimossi: realizzati nuovi sportelli, che sono ancora sul posto, i due dipinti vennero sistemati "in faccia a ornato alla navata del coro"; successivamente vennero traslati in S. Agostino dove oggi si possono vedere nella sacrestia.
Nel frontespizio dell'altare era presente un ulteriore dipinto su tavola
che andò purtroppo distrutto; Restorelli non poté descriverlo perché
già allora completamente illeggibile. Nella zona superiore del
cornicione sopra le quattro colonne della tribuna si vedeva l'arme della
Compagnia che realizzò l'altare del 1595; a destra lo stemma della
Comunità, a sinistra quello della Fraternita, che probabilmente
collaborarono alla realizzazione dell'altare; sempre nel 1595, vennero
aggiunti, per ornamento dell'altare, due vasi ceramici, invetriati e
dorati, lavorati da maestro Jacopo. Nel 1664, su disegno di Domenico
Sozzini, l'altare venne allontanato dal muro di fondo della chiesa
affinché "vi fosse dietro il passo per il Coro"; nello spazio
così ricavato fu trasferito e depositato il corpo di Suor Giovanna
Purazzi, nell'anno 1676. Nell'altare era presente un Ciborio di marmo,
il quale, nell'anno 1702, per desiderio del pievano Bucci venne
trasformato in battisterio; al suo posto rimase un piccolo Ciborio di
legno intagliato, dorato e colorato. Ai lato del predetto Ciborio
marmoreo, erano due angeli in pietra "dorati cosi suoi piedi
snelli, che sebbene erano di buon lavoro fu tenuto poco o niun conto,
onde poco a poco vennero infranti"; sin dal tempo del pievano
Baldi vennero utilizzati come elementi decorativi dell'ingresso del
cimitero e vennero poi definitivamente distrutti al tempo del Restorelli.
Nel 1728 ad opera di muratori della Compagnia del SS. Sacramento, si
procedette ad allungare l'Altare Maggiore, "sul riflesso che
essendo prima corto si vedeva sproporzionato alla navata della
tribuna dopo che, come si è detto, fu distaccata la mensa con i
gradini"; a questo proposito è interessante riportare quanto
registrato nel Libro della Compagnia del SS. Sacramento: "ottobre
1728. Fu disfatto e rifatto l'Altare Maggiore, cioè la mensa con le due
scale di pietra dietro, e due scalini avanti, con altro scalino o
predella di legno e sotto le due scale vi fu fatto l'armario per riporci
la cera dell'Opera, dirimpetto all'armario fu fatta la custodia per i
paliotti, e davanzali quali furono alzati e allungati per essere alzato
e allungato l'altare. I quattro termini che sostengono la mensa li fece
Giovanni Vezzosi scarpellino, come anche tutti i pietrami. L'altare lo
fece Benedetto Gianneli muratore, la predella Giovan Antonio Terrazzi,
legnaiolo" (APMSS, Libro della Compagnia del SS. Sacramento, c.
140). |
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Testo della iscrizione presente sul sepolcro: D.O.M. |
| A.
Sansovino "Monumento funebre del giureconsulto Fabiano Ciocchi di Monte, (part.), 1498 ca. |
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La Chiesa dopo il 1748 |
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Effettuati i lavori di trasformazione,
l'interno della pieve appariva in pratica come si vede oggi, eccetto
alcune lievi modifiche apportate successivamente. A ricordo dei lavori
effettuati, venne posta una lapide in latino, sopra la porta laterale,
come oggi si vede, opera del latinista senese Francesco Meoni. L'altare
maggiore, rifatto a stucco, come oggi sostanzialmente si può vedere;
sotto la mensa si conservava un simulacro di Cristo Risorto, opera di
Anton Maria Romanelli e realizzato con elemosine raccolte nell'anno
1697, e portato processionalmente, per la prima volta, nel 1704. Infatti
in quell'anno occorse la licenza per potersi fare la Processione
delli detti due simulacri da Mons. Gio. Matteo Marchetti. |
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Campanile e campane |
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Il campanile, probabilmente, non è da considerarsi, come vorrebbero
alcuni, completamente antico: per Restorelli, ad esempio, fu nel 1685
che la principessa Vittoria, stanziò scudi duecento per la sua nuova
ricostruzione; sempre per Restorelli, solo la parte bassa della torre,
sino all'arco della porta, sarebbe quella antica. La Compagnia del
Corpus Domini dette cento fiorini. |
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La chiesa nei secoli XIX e XX |
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Non molto ricca è la storia dell'antico edificio nei due
secoli XIX e XX: nel 1813 il titolo parrocchiale venne trasportato
nella vicina chiesa di S. Agostino e la Pieve venne affidata prima alla
Compagnia del SS. Sacramento, poi alla Confraternita di Misericordia,
che da allora ne detiene la custodia. Vanno ricordati una serie di
interventi effettuati all'organo della chiesa (1781-1782; 1817-1827;
1839; 1885). Programma della festa di riapertura della chiesa Un ultimo intervento di restauro, effettuato negli anni '70, ha permesso di riportare alla luce una serie di affreschi murari, un tabernacolo forse del Veltroni, alcune lapidi commemorative della famiglia Di Monte; è stato scoperto un frammento del fregio che faceva da collegamento tra il tetto e gli altari sottostanti. Recentemente (1996), si è potuto dare il via ai lavori di recupero del monumentale organo che arricchisce delle sue preziose sonorità la magnifica chiesa savinese. |
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La Pieve prima del restauro degli anni '70 |
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Elenco dei pievani e arcipreti della Pieve |
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Arcipreti: |
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