LA STORIA DELLA PIEVE

 

 

(testo tratto da "La millenaria Pieve dei Santi Egidio e Savino in Monte San Savino" 
di Franco Paturzo, Ed. Grafica L'Etruria, Cortona, 1997)

La Chiesa della Misericordia o Pieve dei Santi Egidio e Savino venne costruita verso la fine del 1100; in essa venne traslato il titolo dell'antica Chiesa di Barbaiano, distrutta o abbandonata, situata a valle del paese, nei pressi del torrente Rialto, ove oggi ha sede il cimitero comunale. La nuova Pieve veniva edificata in prossimità di un nodo nevralgico delle nuova viabilità del colle di Monte. Inoltre essa veniva costruita in stretta relazione alla chiesa più antica del paese, la vicina S. Agata. La pieve veniva edificata nel punto di incrocio di due importanti assi viari: il primo, rappresentato dall'odierno Corso Sangallo, è da considerare l'asse di maggiore importanza, sul quale andava costituendosi il paese: esso rappresentava un tratto della viabilità di collegamento tra il paese e, attraverso la via di Vertighe, la Via Cassia romana; l'altro è rappresentato dal proseguimento della via che passava sull'antico ponte romano sull'Esse, e che si inerpicava sino alla stretta insenatura tra i due colli di Aialta e dell'odierna piazza di Monte; provenendo dalla attuale "costa della Stazione", si inerpicava sino a giungere alla zona compresa tra la odierna Porta San Giovanni e Piazza della Docce; da qui i due itinerari giungevano sino alla zona della pieve; l'antica via romana valicava l'insenatura e fuoriusciva dall'altro lato del paese attraverso una porta successivamente chiusa, ma ancora ben visibile sotto le mura, alle spalle della chiesa del Suffragio. Al lato opposto della pieve, sempre su corso Sangallo, sorgeva l'antichissima chiesa di S. Agata, di spettanza del monastero benedettino di Agnano.  Non sarà inutile ricordare come, nel corso del XVII secolo, via di Seteria, odierno Corso Sangallo, sia stata sottoposta ad un intervento mirato a rendere meno accentuato il dislivello tra le due piazze e la zona centrale del Corso: in questa opera è probabile che si sia abbassato il livello del terreno prospiciente l'ingresso della chiesa.

La pieve venne edificata con magnifici conci di arenaria, che tutt'ora sono ben visibili: un edificio ad una sola navata, molto più corto dell'attuale.
I continui rifacimenti hanno profondamente modificato la struttura architettonica della Pieve. Un primo intervento avvenne sul finire del 1400: Sandro Bambocci si definì "architector e magister lineaminis aedificator plebis S. Aegidii Castri Montis" (ASF, notarile antecosimiano). Non sappiamo quale fu la reale portata del suo intervento, ma è probabile che fosse consistente. Si definisce "aedificator", quindi è probabile che la pieve sia stata sottoposta ad una radicale ristrutturazione, anche degli elementi murari. Appare molto probabile che si sia allungata la chiesa, dalla parte della tribuna, e che si sia anche alzato l'edificio, come dimostra tutta la parte laterale della chiesa.

La elezione a soglio pontificio del savinese Card. Giovanni Maria di Monte, nipote del precedente cardinale Antonio, e noto come papa Giulio III, avvenuta nel 1550, avrebbe cambiato completamente la storia della nostra pieve. Infatti, se i progetti del Pontefice fossero andati in porto, egli avrebbe elevato il piviere savinese a Diocesi, trasformando la Pieve in Cattedrale. Sappiamo da alcuni documenti, che il Pontefice pensò subito a trasformare la sua venerata pieve in sede episcopale, creando una nuova Diocesi, che probabilmente sarebbe stata realizzata accorpando il ricco territorio della Abbazia di Ruoti, e terre del contado savinese e di Foiano. Alla Deputazione di concittadini recatasi prontamente a Roma, per felicitarsi con il Pontefice, egli rispose "Vedremo che quella gloriosa Madonna (Le Vertighe) la si riduca in altra forma e la Pieve ancora" (Restorelli, 1749, c. 6; ASCMSS: Riformagioni 1550, c. 179). Lo stesso proposito viene espresso in una lettera del 1554, del fratello di Giulio III, Balduino di Monte, a Cornelia sua figlia: "... Sua Santità l'ha riservata (l'Abbazia di Ruoti) per far Vescovato il Monte, et pare honesto, che la terra ... abbia da ricevere qualche memoria segnalata"(Restorelli, 1749, c. 7). Ma la morte del Pontefice, avvenuta nel 1555 impedì la realizzazione dei suoi progetti. In un importante documento conservato nell'archivio di Monte San Savino, (Riformagioni, 1550-1562), si rileva come la pieve godesse comunque, in quegli anni, del titolo di cattedrale: "actum in terra Montis S. Sabini et in Ecclesia Cathedrali S. Egidi vulgo dicta la Pieve".  

Verso la metà del XVII secolo cominciarono a farsi numerose richieste dalle autorità locali, affinché si procedesse alla trasformazione della Pieve in Collegiata. Si sarebbe trattato di un importante riconoscimento giuridico ed ecclesiastico che avrebbe potuto, in parte, compensare la delusione dei savinesi per la mancata creazione della diocesi. Le Collegiate erano chiese non cattedrali, in genere con giurisdizione parrocchiale, alla cui officiatura era addetto un capitolo di canonici. Le Collegiate hanno una dignità che segue immediatamente quella delle chiese cattedrali e delle basiliche e precede quella delle chiese parroccchiali; nelle visite pastorali, i vescovi le visitano subito dopo la cattedrale. Il titolo veniva in genere concesso a chiese aventi sede in città o paesi di buon numero di abitanti e di importanza storica. Le Collegiate erano di nomina pontificia. Si capisce quindi che la Ecclesia mater savinese potesse ben aspirare a tale titolo. Una serie di documenti ci evidenzia gli sforzi compiuti, purtroppo invano, per ottenere tale elezione. Il primo documento, a questo proposito, è una deliberazione del giugno 1649, per farsi la Collegiata (ASCMSSS, n. 1515, c. 10); segue un importante documento dell'anno successivo, in data Luglio 1650,, dove si accenna allo stanziamento di scudi 4 da mandare a Roma, per risolvere le difficoltà incontrate per la erezione della Collegiata. Trascorre una pausa di molti anni e il 13 settembre 1672, vennero nominati Pietro Galletti pievano, Giuseppe ed Angelo Bucci e Giuseppe Lucattelli, come membri deputati a studiare il problema; il 21 settembre dello stesso anno si inviò una supplica al Vescovo di Arezzo affinché si prendesse cuore della erezione della Collegiata. Ma anche questo progetto non poté essere attuato e quindi venne abbandonato.

 

La Chiesa prima del 1748 

Prima della ristrutturazione promossa nel 1748 dal pievano Anton Leone Restorelli, la chiesa aveva la seguente struttura interna: l'Altare Maggiore era di legno intagliato, "colorito di azzurro e in parte ancora dorato, ma per l'antichità che dimostrava, scolorito"; su di esso erano tre pitture, tutte su tavola, "di mano del pittor Domenico Sozzini paesano che costarono scudi dieci, et i colori a spesa dell'Opera". Il quadro centrale è quello che si vede anche oggi, rappresentante la Vergine con Angeli e il Salvatore, con S. Egidio ai piedi di esso. Il quadro ha una aggiunta intorno, pitturata per mano di Niccolò Mangani eseguita per adattare il dipinto al nuovo altare voluto dal Restorelli; dietro al quadro si alloggiava il simulacro "del Salvator Risorto" realizzato da Anton Maria Romanelli, savinese. Ai lati della sopradetta pittura, ve ne erano altre due separate da colonne dalla centrale: guardando l'altare, alla sinistra di esso, S. Savino, alla destra S. Vitale. I due dipinti servivano da sportelli a due nicchie, ancora presenti sul muro di fondo della chiesa: all'interno di dette nicchie erano custodite "le vecchie urne colle teste dei detti SS". Con la realizzazione del nuovo altare, le nicchie vennero conservate ma ridisegnate, e i due dipinti rimossi: realizzati nuovi sportelli, che sono ancora sul posto, i due dipinti vennero sistemati "in faccia a ornato alla navata del coro"; successivamente vennero traslati in S. Agostino dove oggi si possono vedere nella sacrestia.

Nel frontespizio dell'altare era presente un ulteriore dipinto su tavola che andò purtroppo distrutto; Restorelli non poté descriverlo perché già allora completamente illeggibile. Nella zona superiore del cornicione sopra le quattro colonne della tribuna si vedeva l'arme della Compagnia che realizzò l'altare del 1595; a destra lo stemma della Comunità, a sinistra quello della Fraternita, che probabilmente collaborarono alla realizzazione dell'altare; sempre nel 1595, vennero aggiunti, per ornamento dell'altare, due vasi ceramici, invetriati e dorati, lavorati da maestro Jacopo. Nel 1664, su disegno di Domenico Sozzini, l'altare venne allontanato dal muro di fondo della chiesa affinché "vi fosse dietro il passo per il Coro"; nello spazio così ricavato fu trasferito e depositato il corpo di Suor Giovanna Purazzi, nell'anno 1676. Nell'altare era presente un Ciborio di marmo, il quale, nell'anno 1702, per desiderio del pievano Bucci venne trasformato in battisterio; al suo posto rimase un piccolo Ciborio di legno intagliato, dorato e colorato. Ai lato del predetto Ciborio marmoreo, erano due angeli in pietra "dorati cosi suoi piedi snelli, che sebbene erano di buon lavoro fu tenuto poco o niun conto, onde poco a poco vennero infranti"; sin dal tempo del pievano Baldi vennero utilizzati come elementi decorativi dell'ingresso del cimitero e vennero poi definitivamente distrutti al tempo del Restorelli. Nel 1728 ad opera di muratori della Compagnia del SS. Sacramento, si procedette ad allungare l'Altare Maggiore, "sul riflesso che essendo prima corto  si vedeva sproporzionato alla navata della tribuna dopo che, come si è detto, fu distaccata la mensa con i gradini"; a questo proposito è interessante riportare quanto registrato nel Libro della Compagnia del SS. Sacramento: "ottobre 1728. Fu disfatto e rifatto l'Altare Maggiore, cioè la mensa con le due scale di pietra dietro, e due scalini avanti, con altro scalino o predella di legno e sotto le due scale vi fu fatto l'armario per riporci la cera dell'Opera, dirimpetto all'armario fu fatta la custodia per i paliotti, e davanzali quali furono alzati e allungati per essere alzato e allungato l'altare. I quattro termini che sostengono la mensa li fece Giovanni Vezzosi scarpellino, come anche tutti i pietrami. L'altare lo fece Benedetto Gianneli muratore, la predella Giovan Antonio Terrazzi, legnaiolo" (APMSS, Libro della Compagnia del SS. Sacramento, c. 140).
In Cornu Evangelii sopra la residenza del Magistrato, era il Sepolcro di Fabiano di Monte. Egli fu il capostipite della gloriosa famiglia dei Di Monte. Nato nel 1421 da Antonio di Piero Ciocchi, fu subito notato per l'inclinazione agli studi; divenuto ben presto celebre giureconsulto e uomo eruditissimo, si ricorda, per la fama raggiunta, il suo Tractatus de Emptione ed venditione. Ascritto nel 1497 al patriziato aretino, assunse il nuovo cognome Di Monte. Morì nel 1498 a 77 anni di età; il figlio, il celebre e potente cardinale Antonio di Monte, volle il bel monumento funebre a lato dell'altare della Pieve.
"Fabiano fu sepolto nella chiesa della Misericordia ove in un bellissimo monumento esso viene rappresentato giacente con la zimarra dottorale. Tanto la sua statua come l'elegante e severo imbasamento (il tutto in pietra serena) uscirono dal dotto scalpello di mastro Andrea Sansovino" (Guelfi e Baldi, 1892, pag. 89). Il monumento aveva disposizione e forma molto diverse da  come si può vedere attualmente. Si trovava quindi alla sinistra dell'altare Maggiore; "formava un arco con lavori incisi; a piè di questo posavano la statua del defunto e sotto la sua iscrizione; e sotto di questa una base di pietra a guisa di alto seggio". Abbiamo preziose indicazioni collegate al trasporto del monumento: si ricorda infatti che "a motivo del trasporto della porta laterale e dell'altari," si convenne di trasportare il sepolcro dove si può vedere tutt'ora. Ma il monumento venne profondamente mutato e danneggiato: "convenne levare tutto l'ornato del deposito ... e trasportare parte della detta statua di pietra e dell'iscrizione sotto all'orchestra dell'organo e ci feci fare dal menzionato maestro Piero Speroni l'arme di stucco della casa Di Monte: il residuo delle pietre del detto deposito sono nel tinaio della casa canonicale".

 

Testo della iscrizione presente sul sepolcro:

D.O.M.
FABIANO. DE. MONTE. IUR. C.° RARIS. SE. CON. AUL.
ADVOCATO CELEB.MO RELIGIONE. POETATE ET DOCT.NA INSIGNI
VITAE. INNOCENTIA ET INTEGRITATE ADMIRA.
.DE MONTE ELEC. C° CASTELLI ROTAE LOCUM. T.
PATRI. DILECTISSIMO. P.
IS. UBI. VII ET LXX ANNUM. AGERET. DIVERSIS. MAGIS.bus.
IRREPERENTER. FUNCTUS. FATO. CONCESSIT. NATALI.. SOL. AN.
SALUTIS. NOSTRAS.
M.CCCC XCVIII II JULJ

A. Sansovino "Monumento 
funebre del giureconsulto 
Fabiano Ciocchi di Monte,
(part.), 1498 ca.


Sotto il deposito di Fabiano era la Residenza del Magistrato; "da capo vi era un asse più larga per distinzione del Commissario e del Gonfaloniere: sopra il cornicione stavano poste in mezzo l'arme del Granduca da una parte e dall'altra l'arme del Marchese Orsini e della Comunità". Più sotto vi era la porta laterale di pietra con l'arme di casa Galletti. Seguiva l'altare del Carmine quindi un confessionale del pievano. Si trovava poi l'altare del SS. Crocifisso, tutto in legno, ben intagliato, colorato in azzurro: ricco di dorature aveva forma di tabernacolo, simile nel disegno a quello di S. Antonio da Padova della chiesa della Madonna della Pace; in tale altare "stava una pittura in tavola nella quale era dipinta la SS Vergine addolorata e S. Giovanni evangelista ed in mezzo il Redentore confitto in croce formato di legno; ed in cima all'altare posava in mezzo à raggi a guisa di sole il Nome di Gesù, di legno dorato in figura ovale con l'ornamento di due festoni intagliati e dorati e in detto altare vi era questa iscrizione: Teodora Ligi decorare fecit hanc cappellam". Detto altare venne eretto da Domenico Vardi nel 1690 su testamento rogato da ser Francesco Sozzini.
Seguiva l'altare detto di S. Agnano, istituito dal pievano Bucci, di legno colorato in bianco, decorato di altro colore ma rozzo assai; nel frontespizio vi era una tela rappresentante la SS. Vergine, S. Agnano e Santi, opera di Domenico Sozzini.
Dopo tale altare era un altro confessionale, situato sotto l'orchestra dell'organo, in pratica dove ora è il monumento di Fabiano di Monte. Gli altari sul lato sinistro della chiesa erano quindi tre. Va ricordato ancora che "sotto detta orchestra dalla parte sinistra ... in una nicchia nel muro stava un ecce homo di cartone che si teneva coperto con tenda".
Vediamo ora il lato destro della chiesa, in cornu Epistulae. Sotto la Residenza della Fraternita (della buona morte) era un pulpito di pietra, con incisa l'arme dei Galletti; aveva un sopracielo di legno intagliato e colorato in bianco e giallo, con al centro la figura dello Spirito Santo in forma di colomba. Per accedervi, si saliva da una scala esterna, molto angusta e pericolante. Subito dopo il pulpito era l'Altare della SS. Vergine, o del Rosario, con struttura magnifica, realizzata dalla casa Bucci: in cima si trovava un Salvatore Risorto con bandiera, che arrivava fino al tetto; decorato con angeli, tutto di stucco dorato, ma sporco e scolorito, soprattutto a causa dell'umidità che in questo punto attaccava seriamente la chiesa, e dalle sepolture e dal fumo delle torce a vento. Vi erano sul muro due nicchie, come si vede anche oggi, munite degli stessi sportelli; vi si conservano le reliquie del Legno della SS. Croce e del Velo della SS. Vergine. L'altare sopra descritto, presentava al centro una tela con diversi Santi; in mezzo un tabernacolo con la SS. Vergine con Bambino e ai lati S. Domenico e S. Caterina da Siena, opera del pittore savinese Orazio Porta. Tale magnifica tela, al tempo del Restorelli, era stata traslata nella chiesa del Suffragio "in luogo di deposito non avendosi avuto luogo ove collocarlo"; successivamente fece ritorno in pieve.
Sotto tale altare era un confessionale. Seguiva l'altare dei SS. Antonio Abate e Paolo eremita, con tavola dipinta sempre da Orazio Porta, "tenuto in grandissima stima dall'intelligenti di pittura". L'altare tutto in legno, "affatto scolorito e molto rozzo" era di piccole dimensioni: presentava in cima l'arme dei Di Monte. Al lato sinistro di tale altare vi era un dipinto di papa Silvestro, al lato destro S. Lorenzo Martire: ma Restorelli non ci dà notizie più dettagliate. Però ci fornisce preziose notizie sulle scoperte effettuate durante i lavori di rimozione dell'altare: "notisi che nel rimuovere il detto altare e farvi il vuoto per collocarvi il confessionario che vi è al presente, si trovò dipinto un S. Antonio Abate nella muraglia in ginocchioni davanti a un Crocifisso dipinto nel muro".
Accanto a questo altare era un piccolo confessionale.
L'ultimo altare era dedicato ai SS. Apostoli Pietro e Paolo. Tutto in legno, "assai rozzo e scolorito" era arricchito da una tela di pregio, che purtroppo non viene descritta dal Restorelli.
Seguiva un altro confessionale e in ultimo la fonte battesimale, in marmo.

La Chiesa dopo il 1748 

Effettuati i lavori di trasformazione, l'interno della pieve appariva in pratica come si vede oggi, eccetto alcune lievi modifiche apportate successivamente. A ricordo dei lavori effettuati, venne posta una lapide in latino, sopra la porta laterale, come oggi si vede, opera del latinista senese Francesco Meoni. L'altare maggiore, rifatto a stucco, come oggi sostanzialmente si può vedere; sotto la mensa si conservava un simulacro di Cristo Risorto, opera di Anton Maria Romanelli e realizzato con elemosine raccolte nell'anno 1697, e portato processionalmente, per la prima volta, nel 1704. Infatti in quell'anno occorse la licenza per potersi fare la Processione delli detti due simulacri da Mons. Gio. Matteo Marchetti.
In Cornu Evangelii, cioè sul lato sinistro dell'edificio, fu disposto, dopo rimozione del monumento di Fabiano, il seggio del Gonfaloniere, e subito sotto la Residenza del Magistrato, con l'arme della Comunità, intagliata da Luigi Nofri. Fu mutato anche l'ordine degli altari. L'altare del Crocifisso, precedentemente tra quelli del Carmine e di S. Filippo Neri, venne ora al primo posto, sotto la residenza del Magistrato, eretto nel luogo dove si apriva la primitiva porta laterale della chiesa, che venne chiusa e riaperta più sotto, dove era l'altare della Beata Vergine del Carmine; sopra la porta venne posta una iscrizione con arme di Monsignor Incontri e Restorelli. Più sotto dove era l'altare del Crocifisso venne posto il confessionale dell'Arciprete; sopra di esso, la nicchia che conserva la reliquia del Legno della Croce. Sopra, l'arme del Restorelli e della Comunità, in memoria della erogazione fatta a favore dei nuovi lavori. La Comunità, infatti decretò di contribuire alla realizzazione del nuovo interno della Pieve, destinando la somma di sessanta scudi, con l'obbligo di fare la nuova Residenza del Magistrato; il Magistrato stesso, erogò altri cinquanta scudi con l'obbligo di fare nuovo l'altare del Crocifisso, e si ponesse in cima ad esso in ovato disegno le imagini de' SS. Fabiano e Sebastiano. Seguiva l'altare di S. Agnano e S. Filippo Neri, rimasto nella sua primitiva disposizione; il quadro fu fatto risistemare dal Restorelli. Il detto altare, in stucco, fu realizzato dallo Speroni, con spesa della Università dei Calzolai, come lo indica lo stemma posto sopra. Si nota un quadro in forma ovale, rappresentante S. Francesco di Paola, opera di Francesco Bonichi, di Arezzo.
Più sotto, un confessionale e il monumento di Fabiano. Qui si trovava il busto di Ecce Homo in cartone, traslato successivamente in sacrestia.
In Cornu Epistulae, cioè sul lato destro della chiesa, sopra la porta della sacrestia una nicchia, opera dello Speroni, contenente altro busto di Gesù sofferente, donato dall'Opera del Corpus Domini, allocato nel 1750. Sotto la porta della sacrestia, venne posta la nuova Residenza del Magistrato di Fraternita opera di Luigi Nofri, con doratura effettuata da A. Bonichi. Sotto, l'altare di S. Antonio Abate e S. Paolo. Lavoro, come gli altri, dello Speroni, venne realizzato con il contributo di Ludovico Bucci, canonico della cattedrale di Montepulciano e rettore di detta cappella: vi fu posto l'antico quadro, in tavola, opera di Orazio Porta. Sopra, venne realizzato un ovale rappresentante S. Nicola di Bari (protettore degli Scolari Maggiori e Minori delle due scuole pubbliche che erano allora in Monte San Savino), opera del pittore aretino Francesco Bonichi. La tavola fu realizzata a spese degli scolari e con il contributo di Restorello Restorelli, come si può anche notare per la presenza dell'arme dei Restorelli. Segue il nuovo pulpito realizzato in stucco dallo Speroni, con contributo di Restorello Restorelli: vennero reimpiegati mensolini in pietra del primitivo pulpito. L'Altare del Rosario, che precedentemente era il primo, partendo dall'altare maggiore, ora venne spostato al centro, per opera della Compagnia del SS. Rosario, sempre di mano dello Speroni. All'interno un'antica immagine del precedente altare; nei piedistalli di esso, le armi della casa Bucci-Cini, a memoria del precedente altare realizzato da questa famiglia. Segue la nicchia in stucco, dove si conserva la reliquia del S. Velo di Maria. Sopra la nicchia, stemma della Compagnia dei Bianchi. Più sotto un confessionale. Segue l'altare dei SS. Pietro e Paolo, rimasto nel suo antico sito. Per opera di Paolo Celso Bucci Mattei, fu realizzato l'ovale della cimasa, in tela, con le immagini di S. Filippo Neri e di S. Giuseppe Calasazio, opera di F. Bonichi.
L'antico quadro degli Apostoli fu adattato a nuovo altare, sempre per opera del Bonichi. Seguivano un altro confessionale e il battistero.
Le finestre dell'edificio, prima di semplice forma rettangolare, vennero ora realizzate "a campana", e spostate per rendere maggiormente simmetrico l'interno dell'edificio; fu invertita anche la loro strombatura. Vennero aperte due finestre ai lati dell'organo e fu realizzato un cornicione che corre lungo tutte le mura perimetrali della chiesa.
Sei pilastri marmorizzati, con capitelli a fogliame, arricchiti di croci a oro buono, furono realizzati per rendere armonico l'interno. Le magnifiche colonne in pietra serena della tribuna e della cantoria, vennero ricoperte a marmo, secondo il gusto dell'epoca. Venne infine chiusa una piccola porta in pietra con architrave recante l'arme del pievano Felice Veltroni, che introduceva ad un piccolo andito ricavato nella torre campanaria.
I lavori crearono un interno di buon effetto: ancora oggi la sobrietà delle decorazioni non cozza fortemente con il resto dell'architettura.

Campanile e campane 

Il campanile, probabilmente, non è da considerarsi, come vorrebbero alcuni, completamente antico: per Restorelli, ad esempio, fu nel 1685 che la principessa Vittoria, stanziò scudi duecento per la sua nuova ricostruzione; sempre per Restorelli, solo la parte bassa della torre, sino all'arco della porta, sarebbe quella antica. La Compagnia del Corpus Domini dette cento fiorini.
Un documento prezioso, in data 1654 (delibera del 3 giugno 1654, ASCMSS, n. 1516, c. 17) riporta l'iscrizione presente sulla campana grossa: "Simon de Aritio me fecit MCCLXXXXVII patria liberationi"; le tre altre campane furono fatte, nel 1682. Per rifondere la campana maggiore, il Magistrato di Comunità stanziò scudi venticinque; nel libro delle Riforme si nota: "Iddio conservi la detta campana che si sperimenta prodigiosa contro le tempeste, per la fede che vi ha il popolo, specialmente quello del contado"; per la sua rifusione, oltre i contributi di Vittoria della Rovere, intervennero la Compagnia dei Bianchi, con scudi dieci, la Compagnia di S. Antonio, con scudi dieci.
Nella nuova campana si legge: "Insipientes, fac sapientes corde, Savina tempore plebani d. Petri de Galletti piorum elemosin. Antonius Pisauriensis fundebat A.D. MDCLXXXII". Nella campana vennero realizzate le immagini del Crocifisso, della  SS. Vergine, di S. Antonio Abate, di S. Antonio da Padova.
La campana mezzana ha la seguente iscrizione: "Turrito ex arcu pietatem Barbara vibrat", impresse le immagini del Crocifisso, della SS. Vergine, di S. Antonio da Padova, di S. Barbara e l'arme della Comunità.
Nella terza campana piccola di libbre cinquecento, è presente l'iscrizione "Tempestas clari fugiat sub nomine Petri"; impresse le immagini del Crocifisso, la SS. Vergine, S. Antonio da Padova, S. Vitale.
La quarta campana piccola non ha iscrizioni.

La chiesa nei secoli XIX e XX 

Non molto ricca è la storia dell'antico edificio nei due secoli XIX e XX: nel 1813 il titolo parrocchiale  venne trasportato nella vicina chiesa di S. Agostino e la Pieve venne affidata prima alla Compagnia del SS. Sacramento, poi alla Confraternita di Misericordia, che da allora ne detiene la custodia. Vanno ricordati una serie di interventi effettuati all'organo della chiesa (1781-1782; 1817-1827; 1839; 1885).
Una relazione del 1924 (ing. Paolo Metini "Perizia dei lavori di restauro della chiesa della Misericordia La Pieve", 1924, Archivio Misericordia) ci evidenzia una serie di lavori volti al ripristino delle antiche strutture, secondo i gusti del tempo: furono effettuate raschiatura e coloritura a calce e pietra della volta dell'abside; raschiatura e coloritura delle pareti a calce e a pietra degli altari; coloritura color pietra degli altari compreso l'altare maggiore; coloritura delle colonne d'imposta delle volte e della tribuna dell'organo. Nel restauro fu compiuto un vero scempio: secondo il criterio estetico dell'epoca, volto all'esaltazione acritica del gusto medievale detto "neogotico", si effettuarono numerose operazioni: si procedette "alla riduzione dell'organo allo stato primitivo" asportando completamente la sua decorazione e portandolo a legno; si abbatté l'intonaco della facciata esterna della chiesa, opera semplice a lesene, riducendo la facciata allo stato attuale.
La chiesa, al termine dei lavori, venne riaperta alle sacre funzioni il 16 ottobre 1924.

Programma della festa di riapertura della chiesa

Un ultimo intervento di restauro, effettuato negli anni '70, ha permesso di riportare alla luce una serie di affreschi murari, un tabernacolo forse del Veltroni, alcune lapidi commemorative della famiglia Di Monte; è stato scoperto un frammento del fregio che faceva da collegamento tra il tetto e gli altari sottostanti.

Recentemente (1996), si è potuto dare il via ai lavori di recupero del monumentale organo che arricchisce delle sue preziose sonorità la magnifica chiesa savinese.

La Pieve prima del restauro degli anni '70 

 

Elenco dei pievani e arcipreti della Pieve 


Pievani:

1157: Ildebrando
1305: Cello
1325: Ludovico Farolfini
1366: Giovanni
1423: Pietro di Giovanni di Monte
1469: Ricciardo Angeli
1474: Giulio Zinetti
1479: Paolo Volpi
1486: Niccolò Corsidoni
1494: Angiolo di Giovanni Galletti
1564: Neri Galletti
1574: Sallustio Bartoli
1585: Giulio Galletti
1602: Santi Cungi
1612: Felice Veltroni
1622: Vincenzo Cungi
1627: Angiolo Cungi
1663: Pietro Galletti
1692: Dario Bucci
1725: Massimiliano Baldi
1744: Anton Leone Restorelli

Arcipreti:
Anton Leone Restorelli
Filippo Antonio Galletti
Costantino Buoncompagni

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