Storia del Pallone Grosso
Il gioco del pallone grosso o col bracciale ha avuto una straordinaria popolarità a Monte San Savino, basti pensare che testimonianze del gioco sono documentate fin dal 1565 e che le ultime partite furono giocate alla fine degli anni quaranta del Novecento. In questo ampio periodo di tempo le vicende del pallone si legarono alla vita della comunità savinese. Per secoli, in mancanza di altri spazi idonei, la piazza principale fu teatro delle sfide dei dilettanti locali, nonostante le denunce di abati e di badesse ”per il troppo libero parlare dei giocatori ” e “ le giornaliere questioni ” con i commercianti costretti a chiuder bottega per evitare i danni causati dal pesante pallone.
La subordinazione dell'area urbana al pallone finì nel 1790 con la costruzione di un impianto specifico per il gioco, situato lungo le mura castellane fuori porta San Giovanni. Non trascorsero molti anni perché il pallone savinese balzasse agli onori delle cronache per il valore di alcuni suoi giocatori, autentici campioni osannati dalle folle dei principali sferisteri italiani. Tra i più celebri artisti del bracciale si segnalarono Agostino Frullani, Augusto Frullani e Dante Ulivi, immortalati anche dallo scrittore Edmondo De Amicis nel suo libro “ Gli azzurri e i rossi ”.

Oltre ai suoi valenti atleti, Monte San Savino divenne famosa per i maestri artigiani capaci di costruire attrezzi da gioco di insuperabili funzionalità e qualità. I bracciali di Raffaello Petrazzini, di Antonio Romanelli e figli, di Nello Giannoni e i palloni dei fratelli Iacomoni, di Pietro Tosi, di Giovanni Masini e di Gino Cheli furono i manufatti più richiesti per la perfezione della lavorazione.

Dopo tanta gloria, il pallone savinese imboccò nel corso degli anni trenta del Novecento la strada del declino. Gli ultimi dilettanti, diretti eredi dei grandi campioni, erano sulla soglia del tramonto e l'attenzione della gioventù savinese era da qualche tempo rivolta verso il football che già nel primo decennio del secolo aveva fatto la sua timida apparizione a Monte San Savino.

Il settecentesco sferisterio, non più esclusivo spazio del bracciale, accolse ancora alcune sporadiche partite di pallone, ma, nel dopoguerra, persa del tutto la sua connotazione naturale e lasciato nella più completa incuria ed abbandono, divenne il campo di gioco multiuso dei ragazzi del Monte. Dovrà passare ancora qualche lustro perché l'opera di degrado culminasse con la distruzione completa dell'impianto e con essa la cancellazione di una delle testimonianze architettoniche del pallone più vetuste d'Italia.


A restituire al pallone col bracciale la sua giusta dignità e riconoscergli il titolo di primo indiscusso progenitore dello sport savinese furono il recupero delle memorie storiche effettuate dal professore Leone Cungi, il quale, in qualità di presidente del Club Sportivo 88, nel marzo del 1992, fondò, con i rappresentanti delle città di Faenza (RA), di Mondolfo (PU), di Treia (MC) e di Santarcangelo di Romagna (RN), il Comitato Nazionale del Gioco del Pallone col Bracciale avente il fine di tutelare il patrimonio storico-culturale e sociale del gioco del pallone col bracciale e di promuovere e diffonderne la pratica sportiva.

Uno dei primi atti del Comitato fu l'organizzazione del Campionato Italiano, che dal 1963 non era stato più disputato. Ben due volte, nel 1998 e nel 2000, le rappresentative del Monte si aggiudicarono il titolo di campione, avvalendosi però delle prestazioni di alcuni giocatori marchigiani.